TESTIMONIANZA di Luigi Negro (Dante)
’Tisoira’, con la esse dolce. E nelle occasioni più importanti ’Tisoira el barbè’, cioè nome e cognome.
’Tisoira’ sta per ‘forbice’, in dialetto piemontese. I nomi di battaglia nascono anche così.
Faceva il barbiere, parrucchiere, forse solo l’apprendista, ma tagliava i capelli in modo decente, almeno per l’epoca, il luogo e il momento.
La barba no, ognuno se la faceva, o non se la faceva oppure se la faceva ma senza programmazione, ma si sa a 18-19 anni i peli sono ancora radi e deboli.
Quando un commilitone si faceva fare ‘un taglio’, poteva scappare anche una mancetta, minima, perché se l’esercito dava una miseria di decade, la Resistenza ancora meno, in pratica niente, anzi se avevi qualche lira si spendeva per la causa.
Ma era contento lo stesso, era un buono, un mite. Uno di quei ragazzi che non sono eroi e nemmeno fifoni.
La loro parte la fanno senza squilli di trombe, ligi alla situazione: se c’era da partire per una missione, andava senza dire beh; se c’era da sparare, sparava; se si diceva fermiamoci, si fermava; andiamo, andava; sa c’era da scappare, non se lo faceva dire due volte, ma sempre con ordine e agli ordini.
Non diventò un capo, non ne aveva proprio l’indole.
C’era da domandarsi come tipi così avessero deciso di darsi alla macchia e fare il guerrigliero e, ancor più, dopo assaggiata la vita del partigiano, non abbandonare tutto e cercare un po’ di quiete, un minimo di tranquillità e qualche speranza di vita in più.
Era un fatto però che, dopo un rastrellamento, il primo a spuntare era lui.
Sapeva dov’erano stati nascosti un po’ di viveri, le armi pesanti e le altre cosette necessarie.
Per lui non era cambiato niente: era lì con il suo Sten con l’aria di chiedere: “Cosa devo fare?”.
Durante un attacco tedesco, ‘G.N.’ arrivò di corsa in una postazione che guardava la strada per Rorà, lo vide tranquillo che scrutava attorno, era con sei o sette compagni.
‘G. N.’ urlò: “Cristo, non vedete che sono lì dietro a quei cespugli?”
Guardò con aria interrogativa come per dire: “Ma nessuno ce l’ha detto.”
Alle prime raffiche ci si accorse che la postazione era quasi completamente circondata e le pallottole arrivavano all’ingrosso.
Venir via senza una perdita fu un accidenti d’impresa. Fuori dal pericolo immediato, fiato grosso e cuore battente, con un’aria tra l’attonito e il tranquillo in attesa delle decisioni.
Sistemati e posizionati tra pietre e cespugli, con le antenne dritte attenti a ogni segnale di pericolo, ‘G.N.’ piuttosto con l’aria arrabbiata, più che parlare gridò: “Se vedete un tedesco, tirategli dentro, porco giuda, non aspettate che vi venga a battere una mano sulla spalla per dirvi venite con me che vi appendo ad un albero!”.
E credete, se fosse capitato, avrebbero sparato senz’altro.
Tipi più o meno di quella cilindrata erano moltissimi, ma senza di loro non si fa nessuna guerra, e tanto meno una guerriglia.
Con l’insurrezione salì sul camion e con gli altri partì per Torino, partecipò alle ultime scaramucce, prese i pochi spiccioli che la “Patria riconoscente” gli diede e sparì secondo il desiderio degli Alleati.
Si ritrovò dopo pochi anni, proprietario di un negozietto da barbiere in Corso Francia.
Due poltrone, una anche per il garzone che non c’era, una sedia alta per i bambini, alcune poltroncine per l’attesa, un paio di specchi, la porta d’ingresso senza vetrina.
Insomma per lui andava bene. Gli capitò quanto in guerra non gli era capitato forse mai.
Due operai dell’azienda del gas stavano riparando le tubazioni nel tratto davanti al suo negozio.
Un cliente su una poltrona e lui, era un’abitudine, ciotola e pennello in mano per preparare la schiuma da barba sulla porta, guardando il movimento sul corso e gli operai al lavoro.
Fuoriuscita del gas nella buca, uno scoppio e un boato tremendo.
Il pavimento del negozio si trasferì in cantina con tutta l’attrezzatura, compreso il cliente.
I due operai feriti e coperti di sangue, uno, poveretto, morto.
Lui in mezzo alla porta, investito dallo spostamento d’aria, senza un graffio e con in mano ciotola e pennello.
Quando un tizio si trova con un cliente in cantina, urlante e coperto di calcinacci, una grossa buca fumante davanti al negozio con dentro due poveretti coperti di sangue, la gente che cominciava ad accorrere urlando, cosa può fare?
Con ogni probabilità si ritrovò con lo stesso sguardo attonito che aveva in quella postazione sotto Rorà in attesa di eventi.
Cosa si può esclamare in simili frangenti?
Lui fu pragmatico e concreto: “E adesso, chi paga i danni?”.
E voi mettetela come volete.