Appartenere ad una ‘tribù’ vuol dire ‘condividere’ con ciascuno dei suoi componenti idee, sogni, ideali, progetti, costumi,
tradizioni, memoria, lingua…
Quale la caratteristica della Val Pellice?
Il Plurilinguismo e, quindi, la condivisione di più culture, fra omologazioni, contrasti, sopravvivenze, resistenze, orgoglio, pericoli ‘d’inquinamento’…
In Valle coesistono italiano, francese, patois e piemontese
(… quella Val Pellice quadrilingue di cui parla il buon ‘vecchio’ Avanzini…)
Cosa ha concorso a dare alla Valle questa sua fisionomia ‘comunicativa’?
Tutta una serie di eventi storici, politici, economici.
I Savoia, con Emanuele Filiberto, nel lontano 1560 pretesero di imporre, (… e non fu la sola imposizione!), l’Italiano come sostituto del latino negli atti ufficiali; la peste del 1630 (calamità storica ‘apolitica’), sterminati, fra gli altri, tutti i pastori valdesi locali, fu ‘l’occasione’ per l’arrivo di pastori stranieri, per lo più svizzeri, veicolo del francese come nuovo strumento espressivo; l’esilio in Svizzera (1687-1690) ed il Glorioso Rimpatrio comportarono la scelta del francese come lingua ufficiale della Chiesa Valdese; l’Italia post-unitaria impose l’Italiano con l’obbligatorietà scolastica; la stampa periodica lo diffuse; il Fascismo, autarchico anche in questo, mise al bando ogni espressione ‘non italica’, perciò…
Anche il patois, nelle sue molteplici varianti e radicato saldamente nelle popolazioni locali, venne difeso tenacemente (… oggi le varie Associazioni occitaniste continuano la tradizione…); mentre il piemontese tentò la strada dell’egemonia linguistica durante il periodo dell’immigrazione di lavoratori dalla Bassa Valle verso le industrie valligiane.
La scelta dell’uno o dell’altro strumento espressivo risponde ad esigenze diverse: per le famiglie ‘bene’ l’uso del francese nei rapporti quotidiani è vissuto come status symbol (… un po’ come il telefonino…), mentre per molti è semplicemente testimonianza di fedeltà convinta alle tradizioni; il patois per alcuni è mezzo di ‘riconoscimento’ e di appartenenza orgogliosa ad una ‘minoranza minacciata’, per molti altri volontà di conservazione delle proprie memorie; l’Italiano è volontà di ‘integrazione’, pur nella differenza, rifiuto del ‘ghetto’, non dimenticanza ed apertura al dialogo; il piemontese, infine, è l’accettazione della storia e dei cambiamenti economico-sociali che essa comporta.
La competenza plurilinguistica di Valle è quindi una ricchezza, perché determinata dalla fusione di culture diverse ed attesta la sopravvivenza di valori culturali eterogenei che cercano una loro armonizzazione.
Non è lo spirito dell’Europa unita?