ANTICHE TRADIZIONI ... DA NON PERDERE!!!


Se si spinge un cancello di ferro vicino al tempio di Serre di Angrogna, si entra in una vecchia corte; si vede sulla destra un forno antico di “più di cento anni fa”, come afferma con orgoglio il signor Pontet, ben portati nelle pietre affumicate ed ammiccante con il suo fuoco di fascine (“Le raccolgo ancora, ma i giovani ormai...”, continua con una punta di dispiacere il padrone di casa). Sulla sinistra c’è l’abitazione.
Al piano terra si trova la vecchia stalla dove, in bell’ordine, sono custoditi, invece delle mucche, gerle, cestini, porta legna in salice, ceramiche dipinte a mano ed oggetti di artigianato in legno. I piani superiori sono un susseguirsi di balconi e di scale,
conservazione attenta della vecchia struttura, ornati di vasi in fiore di sulfinie viola, e poi, poco più lontano, un orto ordinato, galline chioccianti e conigli, fontana gorgogliante, aia ombreggiata da un “ lou boss”, tettoia-legnaia con attrezzi e file ordinate di ceppi.
Si entra in un angolo di passato, ma vivamente attuale ed attivo. L’imboccatura del forno aspetta ansiosa di inghiottire bianche forme di pane lievitato naturalmente (“Usiamo la ‘levà’, questo è il nome angrognino che conosco”, afferma sorridendo la vivace ed instancabile signora Pontet); dalla cucina dove c’è la ‘cassapanca’ che serve per la pasta, vengono tagliati blocchi regolari per “pagnotte, filoncini, pani grossi” e posti su spianatoie di legno.
Vengono portati come un trofeo assi di pani che vengono con vigore, precisione ed attento amore infornati, dopo che il forno è stato pulito dalla cenere ed accuratamente ‘lavato’.
Il rito dell’infornata infonde emozione: sono gesti antichi, appresi dai vecchi ed assimilati con sicurezza e riproposti all’osservatore curioso con orgoglio e voglia di sopravvivenza.
Il calore profumato di legna, che ha richiesto due ore di paziente cura, si diffonde nel cortile.
Cosa dire della panificazione?
E’ un’arte: la sera prima si prende il blocco di pasta cosparso di sale grosso della settimana precedente ed ormai ‘acido’ e lo si mescola alla nuova farina ed acqua.
L’impasto cresce, diventando gonfio ed elastico, nella protettiva ‘cassapanca’ di legno.
Tagli netti ed esperti separano le future pagnotte, uguali e quasi perfette.
Il forno le accoglie e, dopo un’ora, l’aroma che si sprigiona stuzzica le narici.
Nell’attesa, la signora Pontet realizza piccole gerle portafiori secchi, usando rametti di salice, raccolti a fine marzo dell’anno precedente, spellati accuratamente, fatti essiccare e poi nuovamente immersi nell’acqua a lungo prima dell’utilizzo “per renderli morbidi e pieghevoli, perché altrimenti si spezzerebbero!”
Sotto le sue mani esperte e veloci prende forma una gerla in miniatura, del tutto simile a quelle grandi che i contadini usano per il trasporto del fieno o per le foglie secche per le lettiere delle stalle.
Si alternano con grazia i colori: se domina il chiaro, il salice è stato spellato con cura e fatica; se domina lo scuro, i rametti di salice sono al naturale e con il loro effetto cromatico danno un tocco di grazia ad un oggetto che è testimonianza di una tecnica di cui non si vuol perdere memoria.