La fisionomia economica della Val Pellice è composita; in essa coesistono tradizione ed innovazione; molteplici sono gli ambienti e le risorse loro correlate.
Le cause sono di natura morfologica e storica: le prime condizionano i tipi di colture, le seconde determinano le scelte umane e gli interventi sul paesaggio.
Se l’isolamento dei secoli lontani ha determinato il persistere di pratiche quali l’alpeggio e l’attività agricola intensiva, il boom degli anni Sessanta ha introdotto meccanizzazione, nuova mentalità imprenditoriale, interesse per il tempo libero.
Accanto al tradizionale allevamento del bestiame portato nei pascoli d’alta quota d’estate ed associato alla produzione di latte, burro e ricotta, oggi c’è l’allevamento di animali da carne, in stalle modello, con capi selezionati e nutriti magari a fave, che costituiranno il punto di forza nei menù di molti agriturismi e verranno contrattati nelle fiere zootecniche.
Se la filossera, agli inizi del Novecento, ha distrutto le risorse viticole della Valle, oggi la Cantina Sociale di Bricherasio è diventata un punto di forza per il rilancio della viticoltura dell’ intera area pedemontana ed aspira a diffondere con il marchio Doc i suoi prodotti pregevoli quali il Doux d’Hanry, il Plassa, il Larnin, il Brichè.
Se un tempo solo i terrazzamenti con muretti a secco consentivano di strappare alla terra avara patate, segale, mais saraceno, oggi vasti campi ordinati coltivati a mais o a frumento sono percorsi da trebbiatrici, aratri ed erpici; vaste zone prative nutrono mandrie di bovini; frutteti di meli, peri, kiwi, peschi, ciliegi, albicocchi o superfici coltivate a more o a lamponi forniscono i loro frutti, genuini perché poco trattati, ai mercati locali o alle cooperative per la trasformazione in marmellate, confetture, succhi, che fanno spesso bella e golosa mostra di sé nei mercatini biologici.
Se un tempo il miele non veniva commercializzato, ma serviva all’autoconsumo o come merce di scambio, oggi, sebbene l’apicoltura sia considerata un complemento del reddito e non una vera azienda, è sviluppata e fornisce prodotti pregevoli, perché può contare su molte piante mellifere di bassa ed alta quota.
Normale è vedere allineati in bell’ordine sulle bancarelle dei mercati locali vasetti scuri di miele di castagno, o vasetti chiari di miele di tiglio o di rododendro.
Se un tempo i grandi alberi di castagno, sviluppati tra i 300 e 1000 metri, erano ‘l’albero del pane’ per la popolazione di Valle, oggi, oltre ad essere un valore paesaggistico, di protezione del territorio e di rifugio per la piccola fauna, da Bobbio, a Villar a Lusernetta, costituiscono una risorsa economica notevole con le cultivar locali ed i vivai tesi alla salvaguardia del patrimonio boschivo.
Se un tempo il bosco forniva prevalentemente legna per costruzione e per riscaldamento, oggi alimenta le numerose segherie, carpenterie e falegnamerie di Valle, ma riceve anche attenzione da parte dell’Amministrazione pubblica che cura la forestazione.
Se un tempo solo l’attività agricola e pastorale davano gli strumenti di sussistenza ai valligiani, oggi l’industria li assorbe in aziende ad alto livello tecnologico, in fabbriche dolciarie, in industrie tessili e meccaniche, nel terziario.
Se un tempo la lavorazione della lana era prerogativa di donne laboriose impegnate con fusi, arcolai e telai, oggi è svolta da manifatture tessili di lunga tradizione.
Se un tempo l’estrazione della pietra era lavoro faticoso dei ‘picapere’, oggi è uno sfruttamento razionale, meccanizzato ed attento ai problemi del degrado ambientale.