LA PIETRA DI LUSERNA
Dalle Cave alla Miniatura


ITINERARIO: Alla scoperta dell’attività estrattiva attraverso le cave di Mugniva, il Museo etnografico di Rorà e l’arte della miniatura in pietra.

ACCESSO: Per raggiungere la zona delle cave di gneiss lamellare, estesa tra i comuni di Rorà, Luserna San Giovanni e Bagnolo Piemonte, si parte da Piazza Canavero a Luserna Alta, da dove si prosegue in direzione di Rorà fino al Ponte Vecchio, luogo di memoria partigiana.
Superato il ponte, si costeggia il corso del torrente Luserna fino alla località Mugniva, da dove la strada asfaltata diventa ripida e sassosa e porta a Fournel (mt. 1000), località di partenza per chi voglia spingersi fino a Pian Frollero.

DESCRIZIONE: E’ un itinerario ‘particolare’, perché conduce in luoghi scabri, percorsi da una fitta rete di strade che serve per il trasporto a valle nei magazzini e nei laboratori di lavorazione dei blocchi di pietra estratti.
La montagna mostra i segni di questo lavoro un tempo eseguito dai ‘picapere’ o spaccapietre ed oggi da possenti e rumorosi macchinari in grado di ‘affettare’ la montagna e di sottrarle grandi blocchi di pietra con l’utilizzo dell’acqua e della potenza delle macchine che producono lunghi, ravvicinati fori per sezionarli con precisione, in ‘blocchi da telaio’. Sono ‘ferite’ dell’ambiente che danno un aspetto ‘corroso’ al paesaggio, ma costituiscono una risorsa economica dal XVI secolo.
I grandi blocchi, trasportati da camion, arrivano grezzi nei laboratori, da dove vengono diffusi in Italia e all’estero, dopo i processi di lavorazione, che vanno dal taglio in lastre di cm. 3 di spessore, alla fiammatura per togliere la sporcizia depositata, al lavaggio accurato con spazzole di ferro, al taglio in formati più piccoli a richiesta dei clienti, alla pulitura dalla polvere, alla zigrinatura per togliere il lucido, alla curvatura e lucidatura degli angoli.
Il processo è lungo, ma la fatica è alleviata da macchinari elettrici o elettronici.
Ben diverso il lavoro antico, tutto manuale.
Per vederne le testimonianze, ritorniamo, nel nostro ‘viaggio’, fino al Ponte Vecchio, da dove, svoltando a sinistra, saliamo verso Rorà, altro luogo caratterizzato da attività estrattiva, come attesta il paesaggio, che porta i segni di corrosione della montagna visibili fino al Rucas ed a Montoso.
Nel Museo etnografico (Hotel du Chamois) al centro del paese, sono esposti attrezzi legati al vecchio lavoro dei ‘Brusapere’, che, accanto alla calce, coltivavano le cave.
Dopo l’androne d’ingresso, ci si imbatte in leve e palanchi che servivano per sollevare i grandi blocchi di pietra; scalpelli ed attrezzi da taglio ricavati da tondini di ferro lavorati pazientemente alla forgia; cassettine in legno per conservare gli attrezzi più piccoli; barramine per praticare lunghi fori, anche profondi 3 metri, alla distanza di 20-30 centimetri, per collocare l’esplosivo; mazze, mazzette e mazzuoli con i quali battere alternativamente sui ‘pounchot’, cunei impiegati per distaccare il blocco di pietra dal filone principale; ‘sgurette’, specie di lunghi cucchiai per svuotare della polvere di pietra i fori in cui inserire l’esplosivo; carrette rudimentali per trasportare terra e detriti prodotti dall’operazione di sbancamento, necessarie per mettere ‘a nudo’ il filone di ‘oro grigio’ da sfruttare; robusti ‘curlou ‘d bosc’, rulli di legno per ‘far scivolare’ i blocchi più grandi di pietra quando mancavano carrelli su rotaie o non si usava la ‘lizza’, tecnica di lunghi scivoli in legno; rudimentale slitta di faggio a due stanghe (lesa) per trasportare a valle le lastre, dotata di due contrappesi semiellittici oppure di staffe di ferro impiegati per la frenata lungo le ripide mulattiere; serie di ‘bac’, cunei di ferro dal lungo manico e con svariate lame, impiegati per tagliare in orizzontale la pietra per ottenere lose; ‘broundanin’, grossi martelli squadrati e con i lati taglienti, per rifinire le lose, togliendo da tutti i lati le ‘sbavature’… ed esempi di lose dalle sfumature grigio-azzurre.
Un tempo, la pietra era usata dai pastori per costruire le loro ‘meire’, rifugi in montagna, i tetti delle loro case ed i muretti di sostegno per i terrazzamenti; oggi serve per lastricare strade, cortili, marciapiedi, oppure per rivestire edifici rustici o di lusso, oppure per coprire tetti o realizzare manufatti per arredare interni ed esterni.
Il suo impiego, molte volte, diventa ‘arte’.
Un ‘artista’ della pietra possiamo trovarlo a Torre Pellice: è Franco Giordan che, innamorato dell’architettura montana, coltiva come hobby la costruzione di borgate e baite di valle in miniatura, usando legno e pietre per realizzare fedeli riproduzioni dell’architettura locale ed esporle nei mercatini dell’artigianato durante le sagre dei vari paesi.
La campionatura delle sue realizzazioni è varia: baite con piccole fontane, forni con le pale in legno appoggiate al muro, piccole borgate e presepi suggestivi, perché inusuali.
La tecnica è sempre la stessa: una base in pietra di Luserna, struttura lignea su cui creare gli architravi e le aperture con piccoli pezzi di pietre o frammenti di mattone; microblocchi di pietra accatastati e fissati con il silicone per realizzare i muri perimetrali; scaglie sottili per riprodurre le coperture di lose dei tetti, travature e porte in legno, porticati sotto i quali riparare una fontana e ‘ciocchi’ di legna per la stufa. Gli effetti cromatici sono realizzati con l’impiego di pietra di Luserna nelle varie tonalità grigio-azzurre, ma anche frammenti di pietra nera del Colle dell’Agnello, pietre rossiccio-rosate di Montoso o di Modane.
Quando in Valle scorgeremo una baita un poco diroccata ricoperta dalla vegetazione spontanea, o una borgata ristrutturata con cura, oppure cammineremo sul lastricato di una strada del centro storico o gironzoleremo tra le bancarelle dell’artigianato, ci ritornerà, forse, in mente questo nostro ‘viaggio’ particolare, ci sentiremo più sensibili verso i problemi ecologici che ogni attività economica comporta,verso la fatica umana che lascia le sue impronte nel paesaggio e verso la ‘memoria’ dei luoghi.