Il Museo di Rorà tra storia e memoria


Il Museo, che ha sede dal 1975 in un vecchio e caratteristico stabile, ‘l’Hotel du Chamois’,offre al visitatore, già con la sua facciata scrostata su cui si scorge la scritta dell’insegna e si vedono le delicate forme di due camosci, l’occasione di immergersi nella memoria di un lontano passato.
Il portone in legno, a detta di esperti eccezione nell’architettura locale, si presenta imponente e forte; aprendolo si entra in un vecchio edificio dai muri solidi e con soffitti a volta.
Sulla sinistra, si trovano due ambienti illuminati appena dalle piccole finestre con grata, l’uno più grande con strumenti per la lavorazione della pietra, l’altro con, in bella mostra, un grosso mantice.
Sulla destra, è stato ricreato l’ambiente della stalla, con mangiatoia ed attrezzi utili nel lavoro dei campi.
Entrambe le riambientazioni attestano le due attività dominanti del paese dei ‘Brusapere’: il lavoro nelle cave della pietra di Luserna ed il lavoro dei campi.
Salendo una ripida scala, si giunge al primo piano: sulla sinistra, si aprono la saletta con telaio, arcolai e strumenti per la filatura e per la tessitura; il piccolo ambiente con lavagna, cattedra, oggetti di scuola e della vita sociale; sulla destra, si accede all’ampio ambiente della cucina, la ‘meizoun’, il più importante vano della casa, ampio e luminoso locale con soffitto di travi di legno e pavimento in pietra, nel quale campeggia, sulla parete di fondo, un imponente annerito focolare, dal quale pendono annerite catene per sorreggere pentole e paioli.
Si possono ammirare, appese alle pareti, stadere di varie dimensioni e, sulla madia e sulla tavola, suppellettili ed oggetti di uso comune.
Più oltre è stato ricostruito, attraverso pannelli illustrativi e bacheche che conservano tesori d’archivio, il passato dei Rorenghi: è una piccola, ma ricca raccolta storica.
Lungo la scala ed il ballatoio interno, tutto richiama alla memoria del passato: foto di guerra, fucili con baionetta e sacca per polvere da sparo, copricapi militari e vecchie scarpe.
Il tempo risulta immobilizzato ed esercita un fascino incredibile: ci si illude di sentire il ritmico rumore del telaio, il canto di una ninna nanna accanto alla piccola culla in legno con dentro una brutta e meravigliosa bambola di stracci e foglie di meliga, il rumore del mestolo nel paiolo della polenta, lo sfrigolio della legna nel camino, l’odore del fumo e del modesto cibo…
Per il visitatore ci sono emozioni, ma scattano anche le molte curiosità di sapere a cosa serva un utensile, cosa sia una zangola...
Perché, perché…
Manca forse qualche indicazione in più, ma certamente la ricreazione dell’atmosfera è riuscita ed è possibile la riappropriazione di una parte della propria memoria, tanto più se si considera lo scopo per il quale il museo è sorto e le modalità della sua realizzazione in tempi successivi per il contributo di un’intera comunità che non ha voluto perdere le sue radici e che non accetta di sparire fagocitata dalla moderna società dei ritmi ossessivi, dell’incomunicabilità, della violenza, dell’individualismo, ma ripropone con tenacia i valori del lavoro, della fatica, della solidarietà e del sacrificio individuale e collettivo: è la più istruttiva lezione di storia.